Le alleanze dei corpi
L’opera di Daniela Mastromauro si configura come uno spazio relazionale e interattivo, in cui il corpo – disallineato, parziale, plurale – diviene materia e soggetto di rappresentazione. La scelta di realizzare otto calchi in gesso bianco del seno sinistro su corpi attraversati da identità molteplici e non normate – cis, trans, non binarie, neurodivergenti, disabili, queer – non risponde a un intento catalogante, ma si inscrive in una pratica di restituzione e alleanza, in cui l’assenza non è mai vuoto, ma traccia e presenza altra. Le lenzuola sospese, i calchi pendenti, le voci dislocate, costruiscono una partitura polifonica e disomogenea che invita a un ascolto sensibile e non gerarchico del corpo e del suo racconto. Al centro del lavoro risuona l’eco di un gesto originario: la sottrazione subita (una mastectomia non ricostruita) che si trasforma, attraverso il contatto con altri corpi, in possibilità di espressione collettiva. La mancanza e l’asimmetria, anziché essere occultate o compensate, vengono esposte come segni generativi, veicoli di senso, di fragilità e insieme di resistenza. Non si tratta di una ricomposizione identitaria, ma di una proliferazione di significati all’interno di uno spazio che accoglie e ricompone, e in cui ciò che manca diventa nuova narrazione in cui ogni storia altra può riconoscersi. L’operazione si colloca in quella linea di pratiche artistiche che interrogano l’estetica dominante e i dispositivi normativi della visibilità, sovvertendo il paradigma dell’integrità corporea e proponendo una nuova grammatica del sensibile. L’opera, infatti, non espone solo dei corpi, ma mette in scena le condizioni materiali e simboliche del loro riconoscimento, mostrando come l’identità non sia un dato, ma una costruzione politica, relazionale, temporanea. In questa prospettiva, il lavoro si propone come spazio intersezionale, capace di interrogare simultaneamente le articolazioni tra genere, abilità, desiderio, corporeità e linguaggio. L’ambiente installativo assume così una doppia funzione: da un lato, si fa spazio di accoglienza, cura e sospensione del giudizio; dall’altro, opera come atto critico, smascherando la violenza simbolica insita nelle narrazioni estetiche egemoniche e proponendo, attraverso la delicatezza del gesto e l’ascolto della voce, una pratica di resistenza poetica e politica.


